Caro Marco,
Oggi, 23 settembre. L’hanno detto in TV mentre facevo colazione: equinozio d’autunno. Sembra una parola magica, non trovi? Equi-nozio. Il giorno e la notte sono uguali, dicono. Ma qui, ad Aosta, le montagne hanno già deciso che l’ombra sarà più lunga della luce. Quando sono andata a scuola stamattina, l’aria era così tagliente che mi è entrata persino nelle ossa, eppure il sole sulle vette era così prepotente, di un giallo così accecante che quasi mi ha fatto male. È come se il mondo stesse tirando un sospiro profondo, una specie di stanchezza gloriosa prima di rimettersi a dormire. E io, lo confesso, ho un po’ di malinconia dentro. Una malinconia che sa di marmellata di mirtilli e foglie bagnate.
Sai, oggi a mensa la maestra Laura ci ha parlato di come le stagioni non siano solo una cosa per i contadini o una lezione di scienze, ma sono un modo per sentire il tempo che passa. Per noi, il tempo è una cosa veloce, un feed che scorre sullo schermo del tablet di papà, un messaggio che arriva prima ancora che tu finisca di pensarci. Ma per la nonna Emma, che mi ha raccontato la solita storia stamattina, il tempo era diverso. Lei diceva che il tempo, subito dopo la guerra, era lento. Era fatto di attese lunghe, di giorni che sembravano non finire mai. Mi ha raccontato di come, da bambina, le bastasse un solo fiammifero trovato per strada per farle passare un pomeriggio intero, sognando una stufa che non avevano. Pensa, un fiammifero, Marco! Oggi ho la mia PlayStation 5, mille giochi e un telefono, eppure a volte mi annoio di più io di quanto si annoiasse lei con quel fiammifero. C’è qualcosa di rotto in questa equazione.
La nonna mi ha anche parlato di com’era l’autunno per lei: non c’erano tutti questi maglioni colorati e caldi, le calze erano rattoppate cento volte. Si stava al freddo, sì, ma lei dice che dentro, in qualche modo strano, sentiva un calore che oggi non c’è. Mi ha parlato della prima volta che ha visto una mela intera – non ammaccata, non mezza mangiata dagli insetti – ma una mela perfetta, lucida, rossa. L’ha tenuta in mano per ore, e non l’ha mangiata subito. L’ha annusata, l’ha guardata contro la luce fioca del focolare. Non era solo cibo, era una promessa.
E qui arriviamo al punto, Marco. Sai qual è la promessa dell’autunno? Il Natale. Ho messo sul calendario digitale un conto alla rovescia, mancano esattamente 93 giorni. Ma il Natale non è solo una data, è un’attesa lunga, una preparazione che comincia adesso, con le prime foglie che si accartocciano in Piazza Émile Chanoux. Oggi ho visto un signore che puliva la vetrina di un negozio di giocattoli, e per un attimo, l’ho visto sistemare una piccola renna di legno. Era minuscola, quasi invisibile, ma ho sentito un brivido. Quel brivido è la promessa.
Vedi, noi viviamo in un mondo dove sappiamo tutto subito. Apri il telefono e vedi la guerra che c’è dall’altra parte del mondo, vedi i bambini che scappano, la violenza, e il mio cuore si stringe così forte che quasi non respiro. Non posso ignorarlo, la mia coscienza è sempre sveglia. La nonna, invece, viveva un mondo dove la guerra l’aveva avuta dentro casa, ma la sua prospettiva era più piccola, più ravvicinata. Lei lottava per avere un pezzo di pane, per non sentire il freddo. Io lotto contro la paura che arriva da lontano, contro l’ingiustizia che non posso toccare.
E il Natale, in questo turbine, deve essere la nostra ancora. Deve essere quella mela perfetta che la nonna non mangiava subito. Deve essere la pazienza di aspettare il calore anche quando fuori fa gelo. Voglio che questo diario sia un viaggio lento, lentissimo, attraverso la mia Aosta che si prepara. Voglio registrare ogni odore di castagne, ogni raggio di sole che si nasconde dietro il Monte Emilius, ogni storia che la nonna mi racconterà e che io voglio confrontare con i miei meme e le mie challenge sui social.
Per ora, la scuola mi aspetta, e l’aria è piena di un profumo misto di pioggia imminente e fumo di legna. È un odore che sa di casa, di coperta. È l’odore che deve accompagnarci verso la neve e la luce più bella dell’anno.
Domani ti racconterò della lezione di storia che ho avuto oggi, e di come la nonna ha sconfessato il libro di testo.
Ti voglio bene, Cristina.
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