Caro Marco,
Oggi è sabato, il giorno in cui Aosta si sveglia un po’ più pigra e i suoni della città si confondono con il profumo dei croissant che esce dalle pasticcerie in Via de Tillier. Non sono potuta andare subito alle mura, perché la nonna Emma aveva bisogno di aiuto con il cambio degli armadi: i vestiti estivi in alto, i maglioni pesanti di lana che sanno di naftalina e ricordi, tirati fuori.
Mentre piegavo una sua vecchia camicetta di cotone, lei mi ha raccontato di un gioco che facevano lei e i suoi fratelli subito dopo la guerra, quando erano bambini qui ad Aosta. Non avevano giocattoli, Marco, pensa. Non c’erano le mie action figure o i mattoncini colorati.
Il loro gioco si chiamava “Il Gioco dell’Assenza Riscattata”.
La nonna mi ha spiegato che la guerra aveva portato via così tanto che le loro case erano quasi vuote. Non avevano quadri, non avevano piatti completi, non avevano coperte in più. E questo vuoto, invece di buttarli giù, li aveva resi incredibilmente creativi.
Lei e i suoi fratelli prendevano una vecchia scatola di latta – l’unica cosa preziosa e intatta che avevano – e la chiamavano la “Scatola delle Promesse”. A turno, ogni bambino doveva mettere nella scatola un oggetto immateriale: un odore (ad esempio, l’odore della minestra che la mamma sarebbe riuscita a fare il giorno dopo), un colore (il rosso che vedevano sulle vette al tramonto), un suono (il campanile che suonava a festa, anche se non c’era nessuna festa).
E poi, la cosa più bella, Marco: dovevano mettere nella scatola la cosa che gli mancava di più in assoluto. Un pezzo di cioccolato, un paio di scarpe senza buchi, una cartolina che non cadesse a pezzi. Poi scuotevano la scatola, e per un’ora intera, giocavano a immaginare di possedere tutte quelle cose. Non era solo un gioco, era un esercizio di speranza, una prova di resistenza contro il grigiore. Sapevano che non le avevano, ma la nonna dice che solo l’idea, il progetto di quelle cose, li scaldava più di un focolare.
Mi ha detto: “Cristina, noi eravamo poveri, ma la nostra fantasia era la cosa più ricca di tutta la Valle d’Aosta. Oggi voi avete tutto, ma la vostra fantasia si è un po’ addormentata. È l’unica cosa che un server non può darti.”
Mentre lei mi parlava, pensavo alla mia vita. Io non ho assenze. Se voglio la pizza, la ordino. Se voglio parlare con te, ti scrivo. Se voglio un nuovo gioco, chiedo ai miei. La mia “scatola” è piena di cose concrete, vere, che posso toccare. Ma è per questo che sono diventata così sensibile alle guerre e alle ingiustizie che vedo sullo schermo: mi rendo conto che, mentre io gioco con la Play, ci sono bambini che oggi, esattamente oggi, stanno giocando al Gioco dell’Assenza Riscattata non per divertimento, ma per sopravvivenza. E questo pensiero è come un piccolo, gelido spiffero che entra dalle mie finestre moderne e ben sigillate.
Questo ha guidato il mio “Atto Bello” di oggi. Ho deciso di riempire simbolicamente la “Scatola delle Promesse” della nonna.
Sono scesa in cantina, dove c’è un vecchio baule pieno di cianfrusaglie dimenticate. Ho trovato un’antica scatola di latta, tutta arrugginita. L’ho pulita con cura. E poi ho cercato quattro “oggetti” da inserire. Non oggetti materiali, ma quelli che lei mi ha insegnato.
- L’odore: Ho messo un piccolo rametto di pino preso nel giardino. Per lei, che è stata a lungo senza legna per il fuoco, l’odore del pino è l’odore del calore promesso.
- Il suono: Ho registrato con il telefono (sì, ho usato la tecnologia, ma per una cosa bella!) il suono del torrente Dora Baltea che scorre impetuoso oggi. È il suono della vita che continua.
- Il colore: Ho ritagliato da una rivista patinata un quadrato di un blu profondo, quello dei cieli alpini dopo una tempesta. È il colore della calma ritrovata.
- L’Assenza Riscattata: Ho scritto su un minuscolo biglietto: “Il desiderio di pace per tutti i bambini del mondo che guardano il Natale come l’unica interruzione dalla paura.”
Ho sigillato la scatola e gliel’ho data in dono. Non ha detto nulla, Marco. L’ha presa, l’ha stretta per un minuto e l’ha messa sulla mensola più alta, accanto a un presepe di legno antico, senza le statuine. Era un gesto di profonda intesa. La nostra versione moderna, ma non meno sentita, del Gioco della Speranza.
Più tardi, sono andata a fare una veloce ricognizione alle mura. L’uomo di ieri non c’era. C’era solo la sua panchina vuota, che ora mi sembrava una prova che non fosse stato un sogno. Però, ho notato una cosa. Dove ieri era seduto, incastrato tra due mattoni del muro romano, ho trovato un piccolo pezzo di legno, non più grande del mio pollice, inciso con un simbolo che non sono riuscita a decifrare. Assomiglia a una montagna stilizzata con una piccola stella sopra.
L’ho preso. È la mia Reliquia del Silenzio. Sento che questo pezzo di legno, questo simbolo, sarà importante per il nostro viaggio verso il Natale.
Il conto alla rovescia segna 89 giorni. E oggi ho capito che riempire i vuoti con la fantasia è il primo passo per trasformare le nostre paure in luce.
A domani, e proverò a decifrare il simbolo dell’uomo delle mura.
Cristina.
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