Campionesse del Mondo! (ma senza caroselli!)

L’urlo di gioia è strozzato in gola, un misto di fatica, lacrime e pura estasi. Le ragazze di Julio Velasco sono campionesse del mondo. Hanno piegato il Brasile in una semifinale epica, una battaglia di nervi e muscoli, e hanno appena spento la resistenza di una Turchia mai doma in una finale che ci ha tenuti incollati allo schermo, con il cuore in fibrillazione fino all’ultimo pallone. Sono sul tetto del mondo. Ancora una volta.

Sono passati alcuni minuti. Apro la finestra. Ascolto. Il silenzio. Un silenzio assordante, rotto solo dal normale brusio del traffico di una domenica di inizio settembre. Non ci sono clacson impazziti, non ci sono caroselli di auto che drappeggiano il tricolore, non ci sono piazze che si riempiono di folle festanti. Un silenzio che pone una domanda, tanto semplice quanto dolorosa: perché?

Perché se al posto di quelle ragazze ci fosse stata la nazionale di calcio maschile, le nostre città sarebbero già l’epicentro di un terremoto di gioia? Perché un titolo mondiale, lo stesso identico titolo, ha un peso specifico diverso a seconda del genere di chi lo vince?

Non è una questione di coerenza nel tifo. È qualcosa di più profondo, di più radicato. È lo specchio di un Paese che ama lo sport, ma che da decenni ha consacrato un unico dio pagano: il calcio. Un dio onnivoro, che fagocita spazi mediatici, investimenti economici, attenzioni politiche e, di conseguenza, l’immaginario collettivo. Il calcio in Italia non è uno sport, è un rito sociale, un’eredità culturale trasmessa di padre in figlio, un fenomeno che ha accompagnato le migrazioni interne, il boom economico, le crisi e le rinascite del nostro Paese. Le vittorie degli Azzurri sono diventate sinonimo di riscatto nazionale, un collante sociale capace di unire l’intera penisola in un unico, fragoroso abbraccio.

E le altre discipline? E le donne? Relegate a un ruolo ancillare, a sorelle minori di uno sport che si prende tutto. Le briciole. Una diretta sulla TV nazionale – un “successo” da 2,3 milioni di spettatori per la semifinale, cifre che impallidiscono di fronte ai numeri di un Mondiale maschile – viene vista come una conquista, non come la norma. Una conquista che, evidentemente, non basta a innescare quella catarsi collettiva che riserviamo solo ai nostri eroi con gli scarpini.

Ecco perché il silenzio di stasera non è mancanza di orgoglio. È la manifestazione più evidente di una disparità sistemica. Fino a pochissimi anni fa, in Italia, solo il calcio maschile era considerato professionismo. Tutte le altre atlete, comprese queste campionesse del mondo, erano “dilettanti”. Lottano per tutele, per stipendi dignitosi, per un futuro post-carriera, mentre i loro colleghi uomini vivono in un mondo dorato. La copertura mediatica dedicata allo sport femminile, quando va bene, raggiunge a malapena il 5% del totale. E quando se ne parla, troppo spesso si scivola sullo stereotipo, sulla vita privata, sull’aspetto estetico.

E sì, parliamo anche di quella rabbiosa parentesi sugli “assorbenti”. Perché anche questo fa parte del problema. Quando le opportunità di sponsorizzazione per un’atleta di livello mondiale si limitano a prodotti legati a uno stereotipo di genere, mentre i colleghi maschi firmano contratti milionari per orologi di lusso, auto sportive e brand di alta moda, capiamo quanto sia ancora lunga e in salita la strada. Non è una colpa delle atlete, ma la fotografia di un mercato che ancora non riconosce loro il valore che meritano. Un valore che non è “dimostrare di non essere da meno degli uomini”, ma affermare la propria, autonoma, grandezza. E l’essere testimonial di assorbenti porta proprio queste ragazze a raccontarsi con la normalità e quotidianità , sdoganando anche certi stupidi tabù sia di linguaggio che di comportamenti.

Ed è proprio qui che la loro vittoria diventa ancora più immensa. L’oro che portano al collo stasera non è solo il frutto del talento, del sacrificio, della strategia geniale di un maestro come Velasco. È un atto di resilienza. È un’impresa compiuta contro tutto e tutti. Contro l’indifferenza di chi accende i riflettori solo quando la medaglia è già al collo. Contro un sistema che le considera “sport minore”. Contro una cultura che fatica a concepire un’epica sportiva che non sia declinata al maschile.

Queste ragazze non hanno vinto solo una Coppa del Mondo. Hanno vinto la loro battaglia quotidiana per la dignità e il riconoscimento. Hanno scardinato, ancora una volta, la porta del nostro torpore. Hanno dimostrato che la passione, la grinta e la classe non hanno genere. Che un muro di Anna Danesi, una schiacciata di Paola Egonu, una regia di Alessia Orro, la difesa di Monica De Gennaro e il cuore di Myriam Sylla possono generare la stessa identica emozione di un gol in rovesciata.

Forse stasera non ci sono i caroselli. Ma c’è qualcosa di più importante. C’è l’orgoglio silenzioso e profondo di milioni di italiani che hanno visto una squadra di donne eccezionali diventare un simbolo. Un simbolo di eccellenza, di tenacia, di un’Italia che vince non grazie al sistema, ma nonostante il sistema.

Quindi, grazie ragazze. Grazie per averci regalato questo sogno. Grazie per averci costretto a porci delle domande. Il vostro trionfo non si misura con il rumore dei clacson, ma con il peso specifico della vostra impresa. E stasera, quel peso è incalcolabile. Siete campionesse del mondo. E il vostro silenzio, oggi, fa più rumore di mille stadi.


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