Il pane rovesciato e la fede senza scarti

Caro Marco,

Oggi, 22 ottobre. Mercoledì. Mancano 65 giorni. E, continuando il filo del “rifiuto redento” di ieri, oggi ho riflettuto su una forma di povertà che ci è quasi sconosciuta: la sacralità del cibo.

Mi sono svegliata pensando al pane. Per noi è un contorno, un carboidrato, spesso uno “scarto” che avanza e che finisce nel bidone.

Ho chiesto a nonna Emma del pane nel dopoguerra.

Lei mi ha raccontato che nel periodo delle tessere annonarie, e anche dopo, negli anni più duri della ricostruzione, la farina di grano era poca e costosa. Il pane non era bianco e soffice. Era il “pane nero”, impastato con farina di granturco, a volte orzo, o addirittura con la farina di castagne nelle aree montane. Era grezzo, compatto, e sapeva di fatica e di attesa.

“Quando avevamo un tozzo di quel pane,” mi ha spiegato la nonna, “era la vita che tenevamo in mano. Non si buttava via nulla. E si rispettava come un sacramento.”

Mi ha raccontato un rito potentissimo, che oggi sembra una superstizione, ma che in realtà era l’espressione di una fede profondissima nel valore della materia e della sopravvivenza: il divieto di rovesciare il pane.

“Se una pagnotta cadeva a terra,” mi ha detto, “la si raccoglieva subito, la si baciava e la si metteva al suo posto, mai capovolta. Perché il pane rovesciato è pane che piange, è il corpo di Cristo messo a testa in giù, è la disgrazia in agguato.”

Il motivo, Marco, non era solo la paura della sfortuna. Era il timore di rovesciare la Gerarchia Sacra delle Cose: il pane, che ti dava la vita, doveva sempre guardare verso l’alto, verso il cielo che lo aveva fatto crescere. Poteva essere nero, potevi averlo pagato a peso d’oro al mercato nero, ma il suo valore era assoluto.

La vera rovesciata, mi sono detta, non era la pagnotta sul tavolo, ma la nostra intera prospettiva moderna: noi abbiamo rovesciato il valore, mettendo l’abbondanza sopra la necessità, e lo scarto sopra la gratitudine.

Ho cercato un modo per compiere il mio venticinquesimo “Atto Bello”, un gesto per “Raddrizzare la Tavola”.

Non potevo “non sprecare” il pane che non ho comprato (un’altra forma di lusso), ma potevo onorare il pane che ho già.

Oggi a pranzo, ho tirato fuori dal congelatore un pezzo di pane raffermo di tre giorni, di quelli che di solito butto via. Ho preparato la “panzanella toscana povera”: pane raffermo ammollato nell’acqua e aceto, strizzato e condito con un pomodoro e un po’ di cipolla che avevo, e un filo d’olio d’oliva. Nient’altro.

Mentre lo tagliavo e lo impastavo, ho pensato alla nonna e alla sua frase: “Se un giorno potrai scegliere tra una briciola d’oro e una briciola di pane, scegli il pane, perché l’oro non ti farà mai campare.”

Questo piatto, Marco, fatto di “scarti” e di acqua, è stato il pranzo più ricco che ho mangiato da mesi. Sapeva di terra, di aceto pungente e di una dolcezza profonda che solo la necessità sa creare. Non mi ha solo riempito lo stomaco, mi ha nutrito il senso di colpa, la fretta e la mia arroganza del consumo.

Ho pensato: la nostra crisi di Natale non è la mancanza di cose, ma la mancanza di gratitudine per le cose essenziali che diamo per scontate.

Marco, l’ho mangiato in silenzio, meditando sull’idea di Pane Rovesciato.

Abbiamo capovolto i valori. Il Natale è diventato una festa di cibo sprecato, di doni eccessivi, di luci che consumano più energia che gioia. Abbiamo messo la quantità sopra la qualità e l’effimero sopra il sacro.

Mancano 65 giorni. E oggi sento che il Natale arriverà solo quando avrò smesso di rovesciare ciò che è essenziale.

E tu, Marco? Qual è il tuo “pane rovesciato” oggi? Quale elemento fondamentale della tua vita stai trattando come uno scarto o una sfortuna, invece di onorarlo come un dono e una grazia?

A domani.

Cristina.


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