Militello in Val di Catania, 7 giugno 1936. Sembra l’inizio di una favola, e in fondo lo è. La favola di un ragazzo siciliano, laureato in legge ma innamorato perso dello spettacolo, che un giorno sarebbe diventato non solo un presentatore, ma la Televisione stessa. Per noi, bambini nati nel 1973, il suo nome non era un nome, era un appuntamento. Era la certezza che il sabato sera, dopo Carosello, il mondo si sarebbe acceso di luci, musiche e sogni. Oggi che Pippo Baudo se n’è andato, quel mondo si è fatto terribilmente buio e silenzioso.
La memoria è un mosaico di serate in famiglia, di divani troppo piccoli e di schermi a tubo catodico che sembravano finestre magiche. E l’incantatore, quasi sempre, era lui. Rivedo le sigle di Fantastico, un’esplosione di colori e coreografie che ci proiettavano in una dimensione quasi hollywoodiana. Ricordo la leggerezza di Heather Parisi e il sorriso rassicurante di Lorella Cuccarini, e in mezzo a tutto, lui: Pippo. Non era un conduttore, era un padrone di casa che governava il palcoscenico con un’autorevolezza che non è mai stata superata. Dirigeva l’orchestra, lanciava gli ospiti internazionali con un inglese impeccabile, dettava i tempi con la precisione di un orologio svizzero.
E poi, aveva un fiuto, un istinto quasi soprannaturale per il talento. Quella frase, quel marchio di fabbrica che ripeteva con un misto di orgoglio paterno e consapevolezza quasi sfacciata, risuona oggi più vera che mai: “L’ho inventato io!”. Sembrava un’iperbole, ma era la pura verità. C’eravamo noi, davanti alla TV, quando nel 1993 diede fiducia a una ragazzina di Solarolo che cantava la solitudine. Si chiamava Laura Pausini. C’eravamo quando scommise sulla voce graffiante e potente di Giorgia. C’eravamo quando presentò al mondo il talento lirico di Andrea Bocelli. Non si limitava a presentare artisti; li creava. Li prendeva per mano, spesso contro il parere di tutti, e li consegnava alla storia, perché lui nella loro luce credeva prima ancora che si accendesse.
La sua carriera è il libro di storia della televisione italiana. Da “Settevoci” a “Canzonissima”, passando per le sue infinite “Domenica In”, ha plasmato il linguaggio del piccolo schermo. E poi c’era Sanremo. Il suo Sanremo. Tredici volte al timone. Per noi non era un festival, era “il Sanremo di Pippo”. L’evento che fermava l’Italia. Ricordo l’edizione del 1995, un momento che si è scolpito nell’immaginario collettivo. Un uomo, Pino, minaccia di buttarsi dalla galleria dell’Ariston. Il panico. La diretta si ferma. Ma Pippo no. Lui non si ferma. Sale lassù, tra le luci e il vuoto, e gli parla. Lo chiama per nome, lo rassicura, lo abbraccia e lo porta in salvo. In quell’istante, Pippo Baudo ha smesso di essere un presentatore ed è diventato un eroe nazionale, il padre di un’Italia fragile che si aggrappava a lui.
La sua grandezza, oggi, pesa ancora di più perché con lui se ne va un’intera epoca. Era l’ultimo baluardo, l’ultimo superstite dei “quattro moschettieri” della televisione italiana. Un poker d’assi leggendario che ha insegnato a un intero Paese a sognare davanti a uno schermo: la bonomia rassicurante e il genio del quiz di Mike Bongiorno; l’ironia sorniona e l’eleganza di Corrado; la classe e la tragica dignità di Enzo Tortora. E infine lui, Pippo, l’Architetto, il monumento nazionale, l’uomo che rappresentava l’autorevolezza e la passione viscerale per lo spettacolo. Erano diversi, a volte rivali, ma insieme erano i pilastri su cui si è retta la grande televisione generalista, quella che sapeva parlare a tutti, unire la nazione. Oggi, con la sua scomparsa, quel tempio è crollato definitivamente.
Mancherà la sua cultura enciclopedica, la sua dizione perfetta, la sua capacità di trasformare un semplice programma in un evento. Mancherà il suo rigore, la sua preparazione maniacale che pretendeva da sé e dagli altri. Mancherà la sua figura imponente, quel gigante buono che ci ha tenuto compagnia per così tanti anni, diventando, senza che ce ne accorgessimo, uno di famiglia.
Per ogni applauso che hai chiesto per gli altri, oggi c’è un intero Paese che si alza in piedi per applaudire te. Hai inventato artisti, programmi, un modo di fare televisione. Ma soprattutto, hai inventato i nostri ricordi più belli. E quelli, te lo assicuriamo, non li dimenticheremo mai. Resteranno impressi nelle teche della storia della televisione italiana e non solo.
Adesso, insieme agli altri moschettieri, si è ricompattato il gruppo di coloro che hanno creato davvero, plasmato e educato generazioni e generazioni di persone che perdono con la tua dipartita, un’altro pezzo della loro esistenza…
Che la terra gli sia lieve!
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